Nuotare con i delfini: il sogno e la dura realtà a confronto

sirena in acqua con delfini


Tutto è iniziato come solito, con una pubblicità: l'unico generatore di fantasia del turista moderno.
Per innescare il sogno sono stati necessari: una modella di vent'anni con i capelli lunghi infilata in una muta di silicone intagliato che le trasforma le gambe nella coda di una sirena, tre cineoperatori professionisti, un acquario con quattro delfini depressi e una colonna sonora azzeccata.

La luce di mezzogiorno filtra dorata attraverso le acqua calme e azzurre della vasca, il cui fondo impedisce ai delfini di inabissarsi. La modella, imbustata nel guantone creato da un surfista californiano, si garantisce una vecchiaia di acciacchi dando gran colpi di lombari per nuotare a piedi uniti senza affondare a causa del peso del costume; il montaggio del video unisce i suoi pochi secondi di immersione in apnea, facendoli apparire come una sequenza continua durante la quale lo spettatore evidentemente crede che lei abbia anche le branchie. La musica dei violini oceanici ci mette la vibrazione poetica. 
Altre riprese mostrano la stessa modella-sirena nelle acqua basse e turchesi dei Caraibi che si struscia contro tartarughe giganti e quest'ultimo tocco di autenticità fa subito dimenticare allo spettatore col suo pesce rosso nella boccia, che tartarughe e delfini nuoteranno anche nello stesso mare, ma hanno abitudini e velocità di reazione un po' diverse. 
La dura realtà è delicatamente monitorata da AfricanImpact nelle acque tropicali di Zanzibar, a Kizimkazi: lì, un branco di delfini insiste a soggiornare da una decina d’anni, forse per testardaggine territoriale, nonostante sia disturbato dall'alba al tramonto, 8 mesi l’anno, da decine di piccole barche a motore rumorosissime che si precipitano a inseguire ogni pinna avvistata. 
I turisti a bordo non assomigliano per niente alla modella: è ora che qualcuno glielo faccia notare. Con i capelli radi e incollaticci, bande di grasso gelatinoso ricoperto di crema unta e inquinante, sbatacchiano il loro osso sacro sul sedile di legno e non fluttuano liberi neppure nel vento, perché sono disperatamente impegnati a tenere fermo il cappellino, a non perdere la maschera con il boccaglio e la macchinetta fotografica subacquea con bastone stroboscopico. Se un delfino salta fuori dall'acqua stagliandosi lucente contro il cielo africano, loro stanno sempre guardando da un’altra parte, avvitando qualche congegno, controllando che non entri acqua nella borsa. 
Il pescatore locale spinge la barca a tutto gas in mezzo al branco e fa gesto ai turisti di precipitarsi in acqua subito. Non c’è la scaletta però: bisogna saltare. Così, tutti a calarsi maldestramente con la maschera storta, in un tripudio di ginocchiate contro spigoli durissimi e slogature di spalle, mentre il gruppo di pinne grandi, medie, e piccole al centro, s'immerge subito e in due secondi è a 30 metri di profondità. Lo si perde di vista perché la luce radente del mattino rende l’acqua una lastra riflettente e buia sotto.
Le pinne riemergono 100 metri più in là: altre ginocchiate per risalire a bordo in fretta chiamati a gran voce dal pescatore, che parte in quarta facendo volare via i berretti. E tutto si ripete. Dopo mezz'ora di tentativi, qualche cozzata tra natanti e pericolosi sfioramenti di orecchie contro le eliche dei motori, è ora di rientrare e di lasciare spazio alle altre barche che arrivano a ruota. I delfini, imperturbabili, proseguono nella loro passeggiata. Qualcuno sostiene che a volte si avvicinino spontaneamente alle imbarcazioni nuotando in cerchio e c’è chi giura di avere visto spuntare un bastone da selfie dagli abissi e di essere stato immortalato con un flash. Forse i delfini hanno un loro Instagram. Di sicuro se ne fregano delle cattive recensioni che molti turisti delusi finiscono per rifilare al tour, quando farebbero meglio a scriverle a se stessi.
L’equipaggio di AfricanImpact intanto prende nota del numero di barche che si alternano in un’ora, di quanti turisti hanno a bordo (spesso soltanto due), quanti delfini sono stati avvistati, per quanto tempo e come si sono comportati. Contano i cuccioli e gli adulti in base alla dimensione della pinna. Comunicano i dati alle autorità portuali e tentano un diplomatico rapporto costruttivo con la comunità di pescatori locali, affinché diventino più consapevoli della loro convenienza a rispettare questa preziosa fonte di guadagno. Prima che il capo-villaggio dei delfini decida di spostare la comunità altrove, magari presso una delle decine di isole deserte che circondano Zanzibar, e addio business.
Ma tutto si decide con lentezza, sotto il sole infuocato delle baie, dove i pescatori riempiono le barche fino all’orlo di minuscoli pesci argentati che saranno poi essiccati su grandi teli nei cortili del villaggio, e trascinano pesci giganteschi catturati sulla barriera corallina, li squamano e li sfilettano sulla sabbia, consegnandotene un pezzo avvolto nella vecchia carta di un gelato confezionato che svolazzava lì intorno.
I ragazzi di AfricanImpact misurano i pesci pescati, ne chiedono il prezzo, palpano l’addome dei piccoli squali di barriera per capire se erano femmine gravide e nel caso chiedono gentilmente ai pescatori di aprirli, così la conta dei periti si fa tristemente più esatta.
I branchi di delfini tengono davvero lontani gli squali dai turisti sirenetti? I pescatori sorridono sornioni: non c’è stato nessun incidente con turisti feriti da squali ultimamente, quindi in questo momento non c’è problema. Domani chi lo sa. 
Insomma, no, i delfini non sono una protezione. E per dirla tutta, le nuotate con i delfini causano più morti nel mondo che gli attacchi di squali: il rischio è quello di innervosire il branco andando troppo vicino ai piccoli o di venire tramortiti e annegare a causa di una codata distratta. AfricanImpact continua a ripeterlo.
Ma i sogni di gloria sono più potenti del rispetto per la natura e del buonsenso.

La pagina facebook di Africa Impact a Jambiani, ricca di foto e di notizie, è qui: https://www.facebook.com/AIZanzibar/?pnref=story

1 commento:

Maurizia Ottonelli ha detto...

Come sempre, capace di osservare e descrivere con ironia e auto-ironia la realtà, cogliendo e portando alla luce schemi mentali e debolezze dell'uomo moderno, a volte ancora più evidenti quando quest'ultimo si approccia con la natura o quel che ne resta. E poi sempre quella speranza, condivisibile, che portare un po' di consapevolezza serva alla fine alla salvaguardia degli animali, squali compresi.