Naxos Song e-book. Anteprima

copertina libro
La sottile crosta di rocce laviche non resistette al calore e ai movimenti del magma sottostante: si frantumò e scomparve nell’enorme crepaccio, sprofondando per quarantamila metri verso il centro della Terra.
La pressione delle masse soprastanti e il calore altissimo fusero le rocce e le trasformarono in minerali nuovi.
Quando il territorio riemerse era diverso, una dorsale di montagne e di vulcani lo percorreva e nuovi strati continuavano a formarsi e a scontrarsi, sovrapponendosi: stava nascendo il complesso Atticocicladico, un’unica terraferma che si estendeva dall’attuale Grecia continentale alla Turchia.
Milioni di animali preistorici, che camminarono su questa terra, sono ora polvere e pietra, sul fondo del mare che a un certo punto riempì le valli, lasciando emergere soltanto i picchi delle montagne più alte e trasformandoli in isole.

Il mare Egeo continua a salire in alcuni punti: in tempi in cui già esistevano le prime civiltà preistoriche, Naxos, Paros, Antiparos e le Piccole Cicladi erano unite tra loro da lingue di terraferma.
L'isoletta di Palatia davanti alla Chora* di Naxos era collegata alla terraferma da una striscia di sabbia fino a due secoli fa.
Osservando oggi una mappa delle Cicladi che mostra in diverse tonalità di azzurro la profondità del mare, è possibile individuare quali fossero le zone che col tempo sono finite sott’acqua. I bassi fondali dei bracci di mare limpido che oggi dividono queste isole lasciano a volte intravedere antiche rovine sommerse.

Le rovine: giusto nome. Nulla può rovinare un progetto più di una rovina. In Grecia non c’è scavo, di fondamenta per una casa nuova, d’interramento di cavi elettrici, anche sottomarino, che non porti alla scoperta di un passato che può bloccare ogni progresso, a danno di chi, vivente e non certo in eterno, ha investito del denaro. Così, a volte, le scoperte archeologiche sono tenute nascoste, come ben sanno gli operai e i muratori di ogni provincia remota e anche i vecchi pescatori dell’isola di Donoussa, quasi tutti senza un braccio per via dell’abitudine alla pesca con l’esplosivo, che ha probabilmente distrutto immensi tesori: nel corso degli anni molti frammenti preziosi sono rimasti incastrati nelle reti a strascico e prontamente restituiti all’omertà del mare.
Naxos e i suoi dintorni furono floridi e sicuramente popolati fin dal quarto millennio Avanti Cristo, rendendola una delle isole più vissute del mondo. Si narra che sia sempre stata una terra particolarmente accogliente, ricca e fertile, ove le genti prosperavano più che altrove. Se Atlantide è esistita, avrebbe potuto trovarsi in una valle tra Naxos e Santorini, o forse intorno a Delos, protetta dal vento e graziata dall’abbondanza, dove in tanti poterono dedicarsi all’osservazione e alla conoscenza, poiché non vi era da strappare magro cibo alla terra. Il mare l’ha coperta, un immane tsunami forse l’ha divelta dal suo stesso sogno e ora osserva il mondo da sotto, dove tutto è scuro e silenzioso, mentre i traghetti scivolano sulla superficie di ogni cosa, ignari, trasportando nuove genti di terre lontane.
Tra queste genti non tutti sono semplici turisti. Alcuni portano con sé attrezzature da sub molto sofisticate e ben stipate in piccoli caravan autosufficienti, che saranno parcheggiati all’ombra discreta di qualche cedro, nei pressi di spiagge deserte. Altri arrivano da lontano e fanno una sosta in Svizzera per degli acquisti particolari: piccoli attrezzi da scavo pieghevoli, in leghe leggere e pregiate. Poi saltano con i loro zaini appesantiti sul treno panoramico che attraversa le Alpi e poi ancora su una nave che salpa dalle coste italiane. Un pellegrinaggio lungo, o forse una simpatica crociera, fatto sta che arrivano in Grecia senza mai dover passare attraverso un metal detector.
Approdare a Naxos è sempre impressionante, per quante volte uno l’abbia già fatto: una baia ampia e frastagliata tra due grandi isole, montagne maestose in lontananza, un grappolo di basse costruzioni bianche dagli angoli smussati, incastonate nella collina in modo particolarmente vivace e aggraziato. In cima alla collina un castello medievale e sulla piccola isola di Palatia, un portale di marmo gigantesco: è orientato in direzione del tempio di Apollo di Delo e da millenni è la cornice di un grande affresco cangiante, di mare, cielo, albe e tramonti spettacolari.
Il porto è ai piedi della Chora e una fila di locali affacciati sull’acqua sono in lieta attesa di fornire ristoro ai viaggiatori affaticati. Basta aspettare che si apra il “ponte levatoio” di questa grande nave-cittadella tecnologica, manovrata con la destrezza scaltra e a volte creativa dei capitani più esperti del mondo, che nei giorni di bonaccia possono giocare a lanciare un traghetto contro la passeggiata del porto dell’isola di Syros, per poi sterzare all’ultimo minuto, sollevare un muro d’acqua spaventoso, e “parcheggiare” con grande precisione in “retromarcia”. I baristi del porto di Syros scuotono la testa con una certa ammirazione, mentre i turisti si rovesciano tremanti il caffè sulla maglietta, assistendo impotenti alla corsa del Titanic in rotta di collisione proprio con il loro tavolino.
Son emozioni. E ad approdare a Naxos, sono proprio tante: la luce, l’aria, i gabbiani, il rumore sordo dei motori e l’acqua che ribolle, mentre si scende a terra e ci si ritrova improvvisamente piccoli e pesanti, davanti a quest’isola immota e imponente.
Nell’affrettarsi lungo il molo con i bagagli, pochi si accorgono che il piccolo semicerchio di massi a pelo d’acqua sulla sinistra è ciò che rimane di un altro molo, quello che avevano costruirono i Micenei quattromila anni fa. Dritto in fondo, intrappolata tra l’ufficio degli autobus e i resti cadenti dell’Hotel Okeanis, c’è invece la piccola chiesa cattolica di S. Antonio, voluta dai Cavalieri di Malta, ove il pellegrino poteva recarsi a rendere grazia per essere sopravvissuto alla traversata. La porta di questa chiesa è chiusa da tempo. Ma per ben quattro volte, negli ultimi quindici anni, qualcuno vi ha lasciato comunque un omaggio: un’antica moneta azteca.

*Chora: capitale dell’isola, che in molti casi ha il nome dell’isola stessa.

Brano tratto da "Naxos Song" di Loredana de Michelis

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Foto e info su naxos alla pagina fb Naxos Song








Un altro capitolo di Naxos Song si può leggere qui http://loredanademichelis-offset.blogspot.it/2015/01/naxos-song-capitolo-xi.html

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