Dubai




Io non ci volevo venire. Chi diceva che oramai era una bolla vuota e scoppiata, chi parlava di spreco insensato e palazzoni assurdi. Chi menzionava lavoratori disidratati pagati pochi soldi e provenienti da parti del mondo mai citate dai giornali occidentali.
È tutto vero.
Ma se c’è un sogno americano, forse tramontato, perché non anche uno arabo, fatto d’oro e di specchi come polvere di stelle.


Dubai è un fiore di metallo che sboccia nel deserto e picchia brutalmente il mare, forse azzurro, ma che non profuma di cose misteriose, solo di benzina, e nei posti meno visibili, di fogna.
Prima comunque puzzava di pesce marcio e quindi è sempre stato bello solo da lontano. Adesso lo guardi scorrere sotto un motoscafo, come un’autostrada.
La sabbia che c’è qua, è il terreno di ogni cosa: quando si alza il vento semplicemente la si respira, e conferisce all’aria un profumo secco, di pietra rovente.
Fuori dagli hotel, la luce, il bianco e la polvere, sono l’unica cosa reale. Il resto è stoffa, animali curvi e oggetti che rotolano a casaccio come fragili lattine. Niente che possa lasciare traccia, tra i canti di ogni giorno e il suono miracoloso dell’acqua, che s’impara a inseguire di fontana in fontana.
Andando in giro con tutto il peso del sole sulle spalle, arrivano pensieri strani: vorrei coprirmi da capo a piedi, camminare con le altre donne, i cui vestiti, tutti uguali, mostrano solo l’appartenenza ad una comunità e la posizione che si occupa all’interno di essa. Il resto è privato, e la regola vale anche per gli uomini: il corpo e la personalità non sono cose da esibire ai passanti.
Mi piace, per una volta vorrei sentirmi così uguale agli altri da non riuscire neppure a considerarmi una singola unità. Mi sentirei protetta, deresponsabilizzata, senza gloria da guadagnare e senza errori da scontare.
Dopo la centesima boutique invece, senza preavviso, m’invade la furia stilistica e catechizzerei tutti quelli che ricoprono i bambini di stoffe sintetiche, impataccate di tulle e brillantini. Disegno con la mente vestiti da Mille e Una Notte, artisticamente considerando come l’opulenza, qui, bene si accordi con uno sfondo sempre neutro.
Mi vedo già celebrata come un talento della moda italiana e penso che diventerei ricca; e subito me ne andrei da qua.
Ma non senza un profumo, una piccola ampolla ricoperta di fili d’oro e dal contenuto ambrato. Sguscerei via con la pelle intrisa di mistero, lasciando una breve scia dolce a chi l’avesse voluta sentire.
All’aeroporto, una volta tanto, giro tutti i duty free, perché qui c’è un’atmosfera antica, quella del consumismo: in questo paese è ancora permesso spendere e sfoggiare. Non è permesso divorziare. Da noi invece spendere è diventata una vergogna, quasi come una volta lo era essere divorziati.
Si può anche fumare, al ristorante chic, dove tutti sussurrano e i camerieri si muovono come pantere, servendo ciotoline di hummus, dolmades, pane e olive, che sembrano cibi ricchi di grazia, speciali.
Al terzo bicchiere di vino questa grande astronave piena di orologi Rolex che segnano l’ora lungo i corridoi, col suo prezioso giardino artificiale e le opere architettoniche lisce e lucenti, mi ricorda di nuovo il deserto e le genti che lo attraversano.

Ecco cos’è: un miraggio! Sto guardando un miraggio.

E i miraggi, a quanto pare, si assomigliano tutti:
"Meravigliosa è la forza dei deserti d’oriente fatti di pietre di sabbia e di sole, dove anche l’uomo più gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastità del creato e degli abissi dell’eternità, ma ancora più potente è il deserto della città fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote d’asfalto, di luci elettriche e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna."
Dino Buzzati, l’Umiltà.

Loredana de Michelis


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