Milano: si parte dalla stazione

"Milano non piace quasi a nessuno di quelli che ci vivono. Non amano il ritmo che li spinge sempre di corsa. Hanno problemi di stomaco per i panini alla piastra e i piattini di verdura...

Non sopportano la puzza di piscio dei sottopassaggi... Sognano il verde e trovano solo qualche albero morente e i parchi strapieni di polizia...Sono disorientati dalla mancanza di punti di ritrovo, dalle poche piazze senza panchine, dagli stili architettonici accrocchiati, dalle case a forma di cubo, di ananas, di pigna, finto rococò e finto gotico. Non capiscono che Milano non è una città, ma un grumo di lava che ha subito tutte le Furie. Che è sterile, come il deserto, e per starci bisogna essere attrezzati."
(cit. Sandrone Dazieri, Attenti al gorilla, Oscar Mondadori)
Sandrone Dazieri ama Milano nonostante tutto, perché la considera una città che non è per i dilettanti.
Oserei dire che a distanza di un ventennio però le cose sono un po' cambiate e Milano lo è diventata, una città per dilettanti, nati in periferia ed evoluti verso zone più pacchiane, ristoranti alla moda e firme understatement. Una città di travet la cui massima aspirazione è la media borghesia con arie di sinistra e superstizioni da portinaia, intrisa di concetti mediocri riformulati in frasi di circostanza, e la circostanza  è l'aperitivo, dove ci si guarda come ai matrimoni, ma non ci si diverte. Nulla può essere approfondito, tutto va vantato senza entusiasmo a causa dell'attanagliante paura di essere scambiati per sempliciotti.
In una città che non sa più cosa costruire, dove si spostano i bidoni dell'immondizia per parcheggiare l'auto e le dispute su questo possono arrivare all'omicidio,  tutti vogliono definirsi imprenditori, anche il tabaccaio: "perché lui" paga una donna che pulisce il negozio e quindi "crea posti di lavoro".
Se il duomo di Milano sembra una meringa avariata, la stazione ferroviaria di Milano Centrale, era bella e ricca di curiosità.
Ristrutturata di recente, ora vanta chilometri di scale mobili, che bucano i mosaici dei pavimenti e sbeffeggiano l'opera che fu di migliaia di artigiani capaci. Qualcuno, a metà dei lavori, non se l'è più sentita di continuare a mozzare tutte le ali delle aquile romane, così alcune le ha salvate, mettendole a 90 gradi rispetto al pavimento: una tristezza romantica.
Negli angoli dove per fortuna ancora abitano i piccioni, dietro le valigie e i carrelli di persone che oramai non si capisce se siano barboni o viaggiatori imbruttiti dall'attesa senza sala, si intravedono altri mosaici azzurri e dorati di mari e colline, ove fluttuano ninfe lombarde dai fianchi forti e le gote accese.
Di qui si parte alla scoperta di Milano, dalla stazione, con la sua ruota liberty di segni zodiacali, guardando in alto finestre e prese d'aria ingegnose e le infrastrutture pesanti e funzionali, la cui bellezza sboccia da sola, non prevista: a Milano il bello c'è ma capita per caso e lo si incontra sempre all'improvviso, spesso coperto da un'insegna pubblicitaria, perché i milanesi vantano praticità, e quindi pensano che se tutti guardano qualcosa, quello sia il posto migliore dove piazzare un consiglio per gli acquisti.


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