Vicenza

Vado, ciao. Vicenza. Loredana de Michelis

E' piccola, il centro finisce presto in un bar. Ma è compatta e volendo ci sono molti scorci preziosi e qualche pezzo unico.

In questa città tranquilla, linda, con gli scheletri riposti ordinatamente negli armadi, rimane l’alito di un Palladio sognatore e una storia che ha avuto dei momenti di gloria e grandi momenti di stasi senza arte, ma soprattutto senza prendere parte, come ben si addice ai veneti di campagna.
Tutto è attutito dal circondario: un po’ di nebbia tra colline nostalgiche e una pianura discretamente generosa che la tiene distante dal sangue del Piave e dal sale del Mare. Un cuscinetto dove era germogliata la provincia più ricca d’Europa, con paesi che annoveravano più imprese che abitanti e che ora tace in malanimo e in attesa di una riscossa, una volta tanto, storica.

Intanto se ne andassero gli americani, che guarda caso proprio lì si sono andati a piazzare: vicino al più grande, schivo produttore di selle di bicicletta del mondo, alla faccia dei cinesi.
Che qualcuno lì ancora mangi gatti lo si mormora, ricordando a Vicenza di essere stata provincia povera tra la Padova dei Dottori e la Verona dei Signori.
E i vicentini annegano nella cultura stantia dell’alcol e della lamentela, in attesa di riuscire ad aprire una gioelleria, dove finalmente tutto luccica e il passato di ieri, la rabbia, l’impotenza, e la prossima alluvione, sembrano cose che accadono solo ai meno furbi.

© Loredana de Michelis

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